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TRA SCIENZA E FANTASIA: LA VERITÀ SULLE NUOVE ACQUISIZIONI SCIENTIFICHE DAL SITO PALEONTOLOGICO DELLE “CIAMPATE DEL DIAVOLO” NELLA LOCALITÀ “FORESTA” DEL COMUNE DI TORA E PICCILLI

di Adolfo PANARELLO*

*Paleoicnologo – Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

Il 13 marzo 2003, dalle pagine della prestigiosa rivista NATURE, il team di scienziati diretti dal prof. Paolo Mietto, di cui mi onoro di far parte, annunciava al mondo – con grande clamore mediatico internazionale – che le leggendarie “Ciampate del diavolo” di Tora e Piccilli, ubicate sulle pendici nord-orientali del vulcano estinto Roccamonfina, non erano le orme di un essere soprannaturale impresse nella lava (materiale sul quale non è possibile lasciare impronte), ma orme di uomini preistorici lasciate su un fango tiepido di origine vulcanica, che poi si è solidificato trasformandosi in tufo.

Ben 56 orme umane furono riconosciute subito e descritte dopo i primi studi. Esse, essendo conservate su una superficie datata fra 385.000 e 325.000 anni fa, erano, a quel tempo le più antiche orme accertate del mondo riferibili a esemplari del genere “Homo”.

La datazione è stata poi perfezionata, fissandola a circa 350.000 anni fa e nuove scoperte in Europa e in Africa hanno conquistato il primato dell’antichità, ma le evidenze umane fossili di Tora e Piccilli rimangono comunque fra le più antiche di sempre e, alcune di esse, sono ancora oggi degli esemplari unici a livello planetario, in assoluto.

Capire le dinamiche di messa in posto e conservazione delle tracce, precisarne la datazione, individuare la specie dei camminatori, stabilire quanti erano gli ominini e com’erano fatti, come si muovevano, in quale ambiente si muovevano, con quali animali interagivano, etc. è stato subito lo scopo dei ricercatori, i quali dal 2005 al 2010, hanno lavorato sul campo – in sintonia con la Soprintendenza Archeologica competente – per cercare di trovare nuove tracce e nuove prove in grado di ampliare il quadro delle certezze, per ricostruire questo antichissimo diorama e contribuire ad accrescere la conoscenza scientifica generale sui nostri antenati della preistoria.

Le ricerche collegate a ben due dottorati di ricerca (uno in Vulcanologia e un altro in Paleoicnologia/Geografia) hanno, poi, permesso di completare il primo ciclo di studi sul sito principale della località Foresta e nel suo immediato intorno territoriale. Così, incredibili novità scientifiche si sono aggiunte a quelle già pubblicate nel corso di più di 19 anni di rilievi e di studi. I risultati di tali difficili e prolungate analisi sono stati recentemente pubblicati in un articolo firmato dall’intero team attuale di scienziati (Adolfo Panarello, Maria Rita Palombo, Italo Biddittu, Mauro Antonio Di Vito, Gennaro Farinaro, Paolo Mietto), sempre diretti dal prof. Paolo Mietto, da poco uscito sulla prestigiosa rivista americana JOURNAL OF QUATERNARY SCIENCE. Il titolo dell’articolo è il seguente: «On the devil’s tracks: unexpected news from the Foresta ichnosite (Roccamonfina volcano, central Italy» [https://doi.org/10.1002/jqs.3186].

Le novità, sottoposte al vaglio della Comunità Scientifica internazionale, approvate e pubblicate, sono di grande importanza scientifica.

Il numero delle impronte umane è salito da 56 ad almeno 81.

Il numero delle piste di impronte – cioè di sequenze con più di 3 orme umane in regolare successione destra/sinistra – è salito a 4.

Sono state identificate altre due direzioni di transito (con due impronte in successione).

Sono stati individuati intervalli di dimensioni che consentono di sostenere che i camminatori della preistoria, finora individuabili, potevano essere ben 5.

Si è capito che le direzioni di cammino (in pista, oppure no) erano orientate in vario modo e questo ha consentito di supporre che quello che era accaduto circa 350.000 anni fa poteva non essere stato un semplice passaggio di uomini e animali, ma poteva essere anche stata una frequentazione più estesa, per la presenza di qualche condizione ambientale favorevole. In questa ipotesi (perché, per il momento, si tratta solo di una semplice ipotesi) non bisogna comunque dimenticare che le popolazioni di ominini vissuti in quest’epoca erano ancora piccoli gruppi nomadi di cacciatori e raccoglitori e, quindi, non bisogna pensare a comunità stabili, ma solo a gruppi che hanno frequentato quelle zone per un lasso di tempo un po’ più prolungato. Questo, in base a quanto si sa fino a oggi, perché – come spesso accade nella ricerca scientifica – nuovi indizi potrebbero generare e alimentare nuove ipotesi e nuove verità, oppure smentirne altre.

Ancora, nell’immediato intorno territoriale del sito paleontologico principale, sono stati ritrovati i primi utensili in pietra lavica, che – al momento – sono ancora oggetto di studio e, quindi, nulla si può ancora dire circa la loro età e/o la loro classificazione in una specifica cultura.

Uno dei nuovi elementi più significativi, documentati e pubblicati, è che le cosiddette “Ciampate del diavolo” hanno caratteristiche generali e dimensionali le quali, unite alla loro epoca di datazione, le rendono compatibili con il tipo di piede ricostruito attraverso lo studio dei resti di ossa ritrovati nella Sima de Los Huesos (Atapuerca, Spagna) e con i resti osteologici e di cultura materiale recuperati dai siti archeologici del Lazio meridionale, i quali circondano quello in cui fu ritrovato il famoso “Cranio di Ceprano”.

L’attribuzione di questi reperti e, quindi, anche delle orme umane di Tora e Piccilli, è una cosa molto più complessa. Fino a poco tempo fa, infatti, si pensava che i reperti della Sima de Los Huesos e quelli del Lazio meridionale si potessero attribuire alla specie Homo heidelbergensis e, quindi, anche per le “Ciampate del diavolo” fu ipotizzato (e sottolineo ipotizzato), che potessero essere ascritte a tale specie umana.

Ultimamente, invece, sulla base di precise caratteristiche anatomiche, una nuova disputa scientifica si è aperta in merito alla definizione stessa della specie “Homo heidelbergensis”. Così, da una parte, vi sono eminenti scienziati che sostengono che Homo heidelbergensis sia da considerare una specie a sé stante e, da un’altra parte, vi sono altri scienziati, ugualmente eminenti, che sostengono che i resti, finora noti e attribuiti a tale specie, debbano essere, invece, ascritti a ominini appartenenti alla stessa linea filogenetica dell’Homo neanderthalensis. Per questa ragione, non avendo elementi obiettivi per dire se le nostre impronte furono lasciate da esemplari dell’una o dell’altra specie, la nostra équipe scientifica ha preferito, per il momento, non attribuire le orme a una specie precisa, ma metterne in evidenza solo le similitudini antropologiche.

Chiunque, pertanto, rapito dall’onda mediatica, affermi – superficialmente – che le “Ciampate del diavolo” furono lasciate da Homo heidelbergensis oppure da Homo neanderthalensis, in questo momento, compie un azzardo scientifico assolutamente autonomo e ingiustificato.

Di certo, i nuovi dati pubblicati, che hanno subito avuto estesa eco internazionale, hanno ispirato ipotesi e fantasie autonome, alimentando il folklore e il desiderio di mistero, ma la Scienza è un’altra cosa e sono le sue conclusioni quelle che alimentano la conoscenza umana.

In tal senso, le nuove acquisizioni forniscono nuovi preziosi indizi per comprendere meglio il paleoambiente e quelli che lo frequentarono (uomini e animali), ma – soprattutto – fanno capire che la ricerca dovrebbe continuare, per assecondare la dinamica estensiva tipica della Scienza vera e per capire sempre di più «chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo».

1 Febbraio 2020

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